lunedì, novembre 06, 2006
DIPENDENZA DAL SITO
giovedì, novembre 02, 2006
LA DIPENDENZA E' CRONICA ?

Chi le scrive è Gino, 28 anni, il motivo per cui sono venuto a conoscenza della sua esistenza è facilmente intuibile… Dipendenza Affettiva, si anche io.
Purtroppo, anche io vivo questo tipo di problema che ho scoperto di avere circa 3 anni fa, quando dopo una storia di 5 anni con una ragazza questa mi lascia catapultandomi in quello che ritengo il più grande baratro della mia giovane esistenza. Ignaro della mia difficoltà ho speso 4 mesi nel vano tentativo di recuperare quel rapporto ho attuato tutte quelle strategie proprie di questo disturbo, ma niente; ero in preda “…all’Ibris, cioè a dire la ingiustificata, assurda, sconsiderata presunzione di farcela. La presunzione di riuscire prima o poi nella vita a farsi amare da chi proprio non vuole saperne…”, anche perché per carattere sono una persona molto ostinata e determinata. Mi sforzavo di capire questo meccanismo assurdo e non riuscendovi decisi di andare da uno psicologo: bastarono due sedute per capire che il trauma da abbandono vissuto nella mia infanzia (i miei genitori a 3 anni incominciarono a mandarmi ad una colonia estiva ed io il primo anno che andai piansi per almeno 15gg perché volevo ritornare a casa, gli anni successivi mi mandarono lo stesso nonostante io non volevo, ma reagii un po’ meglio) era la causa di tutto. Da quel momento per la rabbia per quello che avevo scoperto e per il fatto che il medico voleva darmi degli psicofarmaci , mi rimboccai le maniche e dopo 6 mesi quello strazio finì.
Empiricamente ho fatto tutto quello che ho letto oggi sul sito, ma se nel 2003 avessi conosciuto il suo sito (maldamore.it) probabilmente il cammino verso la luce sarebbe stato più organizzato e veloce, ed oggi mi rendo conto che non avrei dovuto interrompere la terapia, poiché mi ritrovo nuovamente a combattere con questa difficoltà seppur in maniera più lieve.
Stavolta la storia, finita lo scorso 10 ottobre, è durata un anno e mi ha lasciato lei. Oggi mi sento sono più forte in quanto conosco il mio limite e quindi vivo questo nuovo lutto in una maniera diversa. Anzi, avendo una terribile paura di ripiombare in quell’incubo ho preso ad informarmi meglio su comprendendo a distanza di 3 anni che il meccanismo che mi legava alla sofferenza era la negazione: più lei si negava al rapporto, più insistevo. La risoluzione è avvenuta, quando non mi sono più fatto rifiutare, anzi è stata poi lei a cercarmi.
Ho deciso di non commettere lo stesso errore; mi allontanerò, e m’impegnerò a non cercarla in nessun modo proprio perché non voglio farmi dire ancora “No, ti amo ma ho deciso di non amarti più!” e nonostante l’amo mi ripeto, “non posso imporre la mia presenza, non serve a nulla cercare di riallacciare il rapporto se non vuole. Se vorrà ricominciare saprà cercarmi”.
A questo punto dottore, avrei delle domande da porle in qualità di esperto:
cosa pensa del mio nuovo approccio?
questa dipendenza sarà cronica? Nel senso che devo conviverci per tutta la vita?
Chi può partecipare ai suoi seminari?
Prima di salutarla, le volevo dire che nel ripercorrere questa strada oltre alla mia personale esperienza faccio tesoro dei suoi consigli che ho stampato e terrò sempre con me. La ringrazio se vorrà dare una risposta ai miei quesiti e le faccio i complimenti per il sito ed in generale per la problematica a cui vuole dare delle risposte (che ho trovato)
Mi permetto di segnalarle una bella poesia le cui parole mi sembrano molto pertinenti al filo conduttore del suo sito e magari proporla attraverso il sito.
Voglio che sappia una cosa.
Tu sai com'è questo: se guardo la luna di cristallo,
Orbene, se a poco a poco cessi di amarmi cesserò d'amarti a poco a poco.
Se consideri lungo e pazzo il vento di bandiere che passa per la mia vita e
Ma se ogni giorno,ogni ora
PUNTO DI RIFERIMENTO
PASSERA' MAI ?
PAROLE PESANTI
domenica, ottobre 29, 2006
SUCCEDE ANCHE AGLI UOMINI!!!!!
Ma succede anche agli uomini
Ho 53 anni. Sono un dirigente d'azienda e dopo 22 anni di matrimonio, con una figlia di 19 anni, lo scorso luglio mia moglie , quasi con un comunicato stampa, mi ha detto "Non t'amo più".
L'impatto è stato devastante. Per darle il tempo di riflettere , dopo aver posto mille domande sul perchè , quali ragioni, quali cause, sentendosi rispondere "Come è nato, è morto", mi sono allontanato da casa, pensando di rientrarci dopo qualche tempo. Sono stato via due mesi, girovagando da una residence, ad un appartamento di un amico, ad un altro residence, in un periodo (agosto) in cui non c'era un cane di amico, di fratello, di cugino, di prete con cui parlare. Non potete immaginare i chilometri che ho fatto a piedi dentro Roma (ho un paio di scarpe, la cui gomma è completamente consumata; le terrò come cimelio)
Tutto questo con un braccio menomato (con due chiodi nel gomito e mobilità ridotta al 50%) a causa di un incidente di moto avvenuto ia giugno.
A metà settembre, acconsentendo alla separazione consensuale, dopo che mia moglie oltre al mantenimento per mia figlia , ha chiesto anche quello per lei (all'inizio aveva detto "So di farti male, so che soffrirai, ma stai sicuro: a te non chiederò una lira!!) sono tornato a casa, in attesa di trovare un appartamento (forse a giorni avrò una risposta). Così almeno sono potuto stare un po' più vicino a mia figlia.
In più occasioni, con tanti atteggiamenti differenti (calmo, adirato, sarcastico, remissivo, persino compassionevole) ho cercato di farmi dire le ragioni di questa fine. Mia moglie mi ha risposto che la sua non è stata una decisione avventata, ma maturata nel corso di ben due anni, durante i quali lei non pensava si spegnasse l'amore, che poi si è, invece spento.
Il mio lavoro e l'incarico di responsabilità che rivesto mi hanno fatto essere ben poco presente in casa, specialmente da settembre 2005 a maggio 2006. Ma ogni volta spiegavo, o almeno tentavo di farlo, le ragioni di questa mia mancata presenza a casa e di obbligo di essere fuori per lavoro (in ufficio e spesso in viaggio; la mia azienda è una agenzia turistica). Ogni tanto riuscivo a strappare un week end al lavoro e organizzavo due/tre/quattro giorni a Parigi, Barcellona o nella campagna toscana. In questi brevi periodi cercavo di parlare con lei, di chiedere, di sondare. Ma lei diceva che tutto era OK, che capiva il mio lavoro, facevamo l'amore, e.....il week end finiva. Poi qualche domenica andavamo insieme allo stadio (lei è, come me, una grande tifosa romanista) .
Eppoi: una settimana terribile. Comincia a vederla assolutamente fredda. Le chiesi che succedeva e lei rispose che sentiva qualcosa scricchiolare nel nostro rapporto, ma specificando che non aveva nessuna intenzione di romperlo. Una sera mi invita a cena. E con un"comunicato stampa" , mi dice che è tutto finito.
Non credevo che una cosa del genere potesse dare tanto dolore, che io ho provato in maniera fisica; un topo che ti mangia continuamente lo stomaco, che non ti fa dormire, pensare ad altro, provare altre sensazioni se non un continuo, assoluto malessere.
Ha sempre giurato che non c'è un altro. Le poche indagini che ho fatto (senza diventare Maigret) me lo hanno confermato.
E allora la testa naviga, sul passato, su quello che hai fatto di giusto e di sbagliato, dandoti mille colpe, cercando di rivivere al rallenty mille momenti, episodi, situazioni.E soprattutto chiedendoti mille volte : PERCHE'?!'!
Poi, come scritto nel sito, da qualche parte, ti accorgi che anche gli amori più grandi possono finire e le ragioni sono mille e nessuna..Che se esamini bene il triangolo della teoria empirica sull'amore, ti accorgi che alla fine , tutti e due, non abbiamo curato bene nessuno dei tre lati. A soli 4 mesi di distanza, non te ne fai una ragione. Ancora soffro come un animale ferito. Ma ogni giorno mi dico di non essere ferito a morte e cerco aiuto. Negli amici, in uno psicologo (non mi vergogno assolutamente), in mia figlia (anche se il rapporto con la madre, stante la mia poca presenza, è, ovviamente preferenziale) ma soprattutto cercando di essere egoista quanto basta e un po' narciso. Da quando è cominciata questa storia ho perso 18 chili (ero oggettivamente sovra peso) e adesso sto facendo, almeno tre volte a settimana, sport per mantenermi.
Riesco a mettermi anche i jeans, con cui prima mi sentivo ridicolo.
Insomma: piccolo messaggio a chi come me sta soffrendo. Parafrasando Borrelli "Resistere, resistere, resistere!!" e soprattutto non aver paura di farsi dare una mano (anche da un dottore se necessario)
Un grande in bocca al lupo a tutte e a quei pochi tutti che non si vergogneranno di scrivere la propria storia su questo bellissimo sito
Giuliano
PAURA DI RESTARE SOLA?
CONDIZIONAMENTI
ABBANDONATA DAL PRIMO AMORE
martedì, ottobre 24, 2006
USCIRE DALLA DIPENDENZA AFFETTIVA

Flavia la ringrazio per la significativa testimonianza. Lei ha iniziato un percorso di "guarigione" che è ancora lungo e doloroso ma se sarà determinata e tenace riuscirà. Ed il dolore che prova non è insensatezza ma lo consideri il più saggio dei consigliereri, l'unico che può dare la forza di compiere un percorso d'uscita dalla dipendenza affettiva. Cordiali saluti.
Caro dott. Cavaliere, La ringrazio per il suo incoraggiamento, offertomi in risposta alla mia precedente lettera. Però, forse perché cerco sempre di andare a fondo alle cose, mi rimane un senso di insoddisfazione. Si parla solo di vittime. Certo, siamo noi che spesso facciamo un percorso che nel dolore ci porta a cercare delle risposte e delle vie di guarigione. E tuttavia, continuo a chiedermi: i carnefici che destino hanno? Continuiamo a essere vittime solo noi? Siamo solo noi che dobbiamo affrontare frustrazioni, prese di coscienza, paure? Loro non sono, a loro volta, vittime di se stessi? Continueranno a essere vincitori anche dopo? Insomma, essere carnefice in una relazione dipendente non provoca mai nessuna conseguenza? Non nasce mai da una patologia o da qualche problematica pregressa e irrisolta? Basta che la relazione finisca, affinché il loro essere "carnefici" non si riproponga? Solo le vittime incorrono nel rischio di una coazione a ripetere? Tutto questo mi lascia molto perplessa. Spero che ci dia qualche indicazione in più. Non so, infatti, se può essere utile, ma una sua risposta a questi interrogativi continuo a pensare potrebbe completare il quadro di quella parte in ombra rappresentata dal "carnefice" che in tutte le testimonianze, le richieste e il dolore che leggo rimane sempre oscura a tutti noi, e che conoscere ci potrebbe aiutare a "riconoscere" in futuro, onde evitare di tornare a sbagliare. Si spera.Flavia
Flavia lei centra un'aspetto molto importante, quello dei "carnefici" che sarà oggetto di un mio prossimo articolo sul sito. Posso solo dirle, come lei ha già intuito, che il "carnefice" è vittima di sè stesso, del suo "narcisismo patologico". Nacisismo che lo porta a collezionare "vittime" per rafforzare la sua debole autostima. E talvolta diventa "vittima" delle sue stesse "vittime". Una relazione vittima-carnefice non è mai così lineare come sembra. Saluti