mercoledì, novembre 07, 2007

DIPENDENZA... DAI MIEI GENITORI

Mi chiamo Sara, ho 34 anni ed ho un grosso problema di dipendenza dai miei genitori. Infatti sebbene sia adulta e laureata e sia abilitata alla professione di avvocato e credo di essere una persona che professionalmente possa essere capace, attualmente non ho un lavoro, sto facendo un dottorato di ricerca all'università senza borsa di studio. Sottolineo l'aspetto economico perchè una delle manifestazioni maggiori della mia dipendenza dai miei è il fatto che io non guadagno niente e dipendo economicamente da loro totalmente, sono infatti quasi cinque anni che io non mi guadagno una lira. Questo attaccamento totale a loro è anche fisico, non amo molto allontanrmi da casa e se devo fare un viaggio lungo mi devo preparare psicologicaemnte al distacco, cercare di gestire mille ansie e la paura che mi venga un improvviso attacco di panico che mi faccia tornare a casa in lacrime nell'abbraccio di mia madre e nella disapprovazione - consolazione di mio padre. In realtà io ho avuto un episodio di panico tre anni fà quando stavo per prendere un treno per andare del mio ragazzo che abitava a Bolzano (io abito al sud), in seguito al quale non sono più salita e da allora mi è rimasta attaccata sulla pelle una paura che da allora è costante. Subito dopo quell'episodio ho dormito nel lettone coi miei genitori per molti giorni e tutt'ora qundo passo dinanzi la loro comera da letto sento il forte desiderio di infilarmi nel letto con loro. Ho anche comportamenti ossessivi che mi accompagnano durante la giornata: sebbene non ami uscire molto, non posso stare un giorno intero senza mai uscire, ed il mio limite mentale è: almeno tre ore fuori casa. Se infatti sto troppo tempo a casa mi viene una forte sensazione di claustrofobia e di angoscia, di restare intrappolata. Le mie relazioni affettive sono strane: oscillo anch'io fra desiderio e paura. La paura fondamentale è che la persona si avvicini troppo e se lo fa devo sempre avere una via di fuga disponibile e sono sempre stata capace di trovarmene una. I miei rapporti di amore sono sempre stati con persone che in fondo non mi piacevano un granchè, con i quali alla fine mi scocciavo di stare insieme o di parlare, stavo con loro ma la mia anima era altrove etantomeno sono stata capace di dire loro il mio dolore e la mia angoscia: erano tutte persono con cui non avrei mai potuto avere un dialogo così profondo da mettere a nudo la mia anima. C'era in loro ovviamente qualcosa di positivo ci univa una tacita intesa quasi infantile di reciproca allenza ad essere uno il bastone dell'altro, non tradendoci mai, trattandoci sempre con rispetto, ma senza mai provando io una vera passione coinvolgente. Ho sempre letto nei loro occhi la passione e l'innamoramento verso di me, l'essere felici di stare con me, mi sono sentita molto amata, ma non ho mai provato lo stesso per loro. Solo una volta ho vissuto a ruoli invertiti una storia dui due settimane con un uomo di Genova, che mi piaceva moltissimo al quale però non piacevo allo stesso modo. Per cui il mio modo di relazionarmi agli altri è quello di essere una solitaria che frequenta gli altri ma non si lascia coinvolgere e lagare, o stringere dei legami. Sono in cura da una psichiatra da dodici anni. Ho iniziato questo percorso quando avevo 21 anni dopo aver passato un'adolescenza di grande sofferenza interiore ed isolamento verso il mondo esterno. E' subito stato un percorso bellissimo in cui ho iniziato ad imparare a prendermi cura di me a scoprire le mie sofferenze ed i miei bisogni ed a comprendere il mio rapporto verso gli altri ed in particolare verso mia madre che mia veva scelto come compagna per pingere la grande sofferenza di essere donne. Sin da piccola il cattivo rapporto con mio padre l'ha portata a sfogarsi con me di quanto lui fosse stronzo e quanto stronzi fossero tutti gli uomini, esser da temere, e quindi rifugiarsi in questa alleanze fra donne, esseri fragili deboli ed esposti continuamente alle violenze degli uomini. Con
l'analisi ho svelato questa trappola ed ho vissuto degli anni molto belli scoprendo cosa sono, le mie capacità ed i miei talenti: ho avuto le mie prime storie con gli uomini, ho stretto amicizie, ho fatto viaggi all'estero, mi sono laureata ed ho iniziato a fare l'avvocato. Quando poi si è trattato di spiccare il volo e farmi una casa mia o entrare nel profondo di una relazione, qualcosa si è spezzato, c'è stato il crollo, l'attacco di panico, la regressione all'essere totalmente una bambina. Ora sono in una situazione di stallo completa anche nell'analisi da più di due anni le mie sedute sono caratterizzate da un'enorme difficoltà nel parlare, Quella fluidità che in passato mi aveva fatto scorpire le gieie della vita si è trasformata in rigidità, non faccio alcun progresso, sono immobile ed ovviamente non riesco a concepire l'idea di interrompere l'analisi e lasciare la mia analista: ho riprodotto la mia dipendenza anche in quello studio la mia dipendenza.Con mia madre il rapporto è brutto lei ha quasi gli stessi sintomi: non esce mai di casa da sola deve essere sempre accompagnata da qualcuno e poichè mio padre è sempre assente anche quando fisicamente è presente e mio fratello è un uomo sono sempre io il bastone su cui mia madre si appoggia con tutto il suo perso ( fisicamente pesa più di ottanta chili per 1 metro e sessanta di altezza, mentre io ne peso solo sessanta), e la sento come una sanguisughe che attaccata al mio collo succhia il nutrimento insaziabile per il suo vuoto incolmabile e per tenere a bada i suoi demoni. Quando ci siamo laureati io e mio fratello e sembrava che stessimo per andare via di casa mia madre è caduta in depressione, ha preso degli psicofarmaci e da allora non è più uscita di casa da sola. Oggi è un'enorme bambina a cui devo badare in parte e che d'altro canto alimenta totalmente la mia dipendenza in un rapporto patologico che da un lato sta bene a tutt'e due. Mio padre si rifugia dietro a dei libroni mattoni su Giulio Cesare, o Alessandro Magno, quando non è a lavoro. Nella mia psicoanalisi la dottoressa mi dice che devo lavorare dul mio desiderio sesuale verso i miei genitori ma è un campo in cui non riesco mai ad entrare ed ogni volta il dialogo si arresta dinanzi al mio mutismo di parole che si fermano in gole ed emozioni che si ghiacciano nel petto. L'unico momento in cui riesco a parlare è quando intuisco che se non "produco risultati" lei mi dirà che la terapia è finita e non mi vorrà più vedere. Mi vedo senza speranza dinanzi ad un blocco più grande di me, che mi odio profondamente e mi dico che ogni mia azione è fatta male. Ho fatto uno sfogo fiume, tante altre cose che avrei voluto dire non sono riuscita a dirle, ma grazie per l'attenzione. Sara

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